PATTI SMITH

Un timbro unico, graffiante e dolente che da voce ad una delle figure femminili più dirompenti della storia del rock: Patti Smith. Patti nasce a Chicago il 30 dicembre 1946, figlia di una cameriera con ambizioni di cantante, Beverly, e Grant, operaio. A metà degli anni ’60, lascia la scuola e va a New York in cerca della sua strada vivendo con soli cinque dollari al giorno e dormendo quando capita in metropolitana. La giovane poetessa nonostante la vita difficile lontana dalla famiglia non smette di coltivare la passione per la scrittura di poesie e trova lavoro dapprima come commessa in un negozio di libri, poi come critica per una rivista musicale: è così che riesce ad entrare nel giro dell’intellighenzia newyorkese, da Andy Warhol a Sam Shepard, da Lou Reed a Bob Dylan. “Da bambina – racconta – non pensavo di diventare una rockstar. Sognavo di essere una cantante d’opera. Piangevo ascoltando Maria Callas e volevo diventare come lei, ma ero troppo magra.

Il suo debutto nel mondo della musica avviene a ventotto anni quando, insieme il musicista Lenny Kaye, legge le sue poesie accompagnata da melodie alla chitarra. Passa poco tempo prima che la Smith incida i primi brani per etichette indipendenti e finalmente, il 10 novembre del 1975, pubblica “Horses”, il suo primo album.

L’incredibile voce, i testi mai banali e il grintoso sound rock che la contraddistinguono fanno presto di lei una delle figure più importanti della storia del rock, fino ad allora dominata principalmente da uomini.

Patti, prima di essere una cantante è soprattutto una poetessa: tra i suoi riferimenti principali ci sono Jack Kerouac, padre del movimento beat e, soprattutto, il “poeta maledetto” Arthur Rimbaud, a cui è dedicato il secondo album “Radio Ethiopia”.
Il 1978 è l’anno di svolta: l’incontro con Bruce Springsteen dà vita al celebre singolo “Because the night”, consegnando definitivamente Patti Smith alla leggenda; la rock ballad, scritta da Springsteen, è stata un dono dell’artista all’amica, che ha riscritto il testo interpretandolo con la sua incredibile voce. La critica è ammaliata: Patti Smith si guadagna il meritatissimo appellativo di sacerdotessa del rock.

Nonostante l’incredibile successo che la travolge nel ’79 decide di ritirarsi dalle scene e concentrarsi di più sulla sua vita privata.

Il disco successivo, “Dream of life”, è pubblicato quasi dieci anni dopo, nel 1988. A questo seguono altri anni di silenzio e diversi lutti familiari come la morte del marito e del fratello; l’elaborazione del dolore passerà anche attraverso la musica: nel 1966 esce il disco “Gone again”. Da quel momento Patti torna nuovamente sulle scene, con diverse presenze in Italia: nel 2005 è ospite di Celentano a Rockpolitik, l’anno dopo suona a Torino in un concerto gratuito durante le Olimpiadi Invernali e nel 2012 partecipa come ospite a Sanremo duettando con i Marlene Kuntz. Nel frattempo presta la sua voce per vari progetti umanitari, incidendo singoli e organizzando concerti. Nulla di nuovo per la Smith, che ha sempre scritto testi socialmente impegnati, raccontando l’invasione cinese del Tibet, la guerra in Vietnam e il conflitto armato in Iran (il celebre “Radio Baghdad” racconta di una mamma irachena che canta una ninna nanna al figlio nella notte illuminata dalle bombe). Nel 2007 Patti Smith viene annoverata tra le celebrità della “Rock and Roll Hall of Fame”, importante museo in Ohio. Tra le ultime fatiche musicali l’album “Twelve”, composto da cover in cui reinterpreta leggendarie canzoni di mostri sacri quali Jimi Hendrix, Nirvana, Rolling Stones, Bob Dylan.
Il 3 maggio 2017, l’Università degli studi di Parma le conferisce la laurea magistrale ad honorem in “lettere classiche e moderne”.

La frase del #freeday di oggi è:

“Never let go of that fiery sadness called desire.”

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Questa e altre storie di donne su Freeda – Feel free around, un progetto di Freeda .

 

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