Il clima culturale deve e può cambiare

Perché non ne hai parlato prima? Perché non hai denunciato? Perché hai continuato a svolgere quel lavoro? Perché non hai reagito? Perché non sei scappata? Perché non hai urlato? Perché hai continuato a frequentare quel posto?
Perché?…Perché?…Perché? Quanti perché! E la risposta qual è? Beh… Quando una donna si espone parlando di violenza, parlando di come si è sentita in determinate situazioni, la domanda contiene già la risposta. Non ha parlato perché nessuno, in fondo, le avrebbe dato peso.

Da qui nasce il progetto #quellavoltache da una proposta di Giulia Blasi che altro non è che un progetto narrativo per raccontare le volte in cui siamo state molestate, aggredite, ma anche le volte in cui ci siamo sentite in pericolo e non sapevamo bene perché, e ci davamo delle cretine per esserci messe in quella situazione. Perché il patriarcato che non ti crede è lo stesso che cerca di colpevolizzarti per quello che ti infligge.

In questi giorni qui a Freeda abbiamo raccolto le vostre testimonianze e rese pubbliche attraverso i nostri canali supportato il progetto #quellavoltache.

 

Queste che leggerai sono le mie storie, le tue, le nostre storie perché abbiamo avuto insieme il coraggio e la forza di raccontarle e farle diventare nostre, di ognuna di noi.

Quella volta che…

#quellavoltache mentre facevo rifornimento di metano l’operatore mi ha chiesto se fossi favorevole alla donazione degli organi. Io stupita non capivo a cosa si riferisse…Così lui mi ha risposto che, se fossi stata favorevole, gliela avrei pure potuta dare. Ho pagato quanto dovevo e, umiliata, me ne sono andata senza dire una parola.

Cristina


#quellavoltache mi trovavo su un autobus stracolmo ed era una delle prime volte che attraversavo la città. Un pessimo soggetto ha pensato bene che fossi una specie di palo da lap dance, dove rimanere attaccato e immaginare chissà cosa. Ho tenuto il gomito destro alzato per tutto il tempo, con tutta la mia forza, per tenerlo più lontano possibile, fino a quando non è arrivata la mia fermata e sono sgusciata via. Non ho urlato, non gli ho dato un pugno in faccia. Non ho avuto il coraggio di fare nulla, quasi nemmeno di respirare, per la vergogna, per non disturbare nessuno, per non allarmare inutilmente, perché forse mi avrebbero presa per una matta visionaria. Oggi lo farei. Gli spaccherei il naso con una testata e urlerei con tutti i polmoni che ho. Forse perché ho quasi dieci anni in più, perché questa città è diventata un po’ casa mia, perché è lui quello che dovrebbe vergognarsi, anche se ha solo immaginato e ha cercato di strusciarsi il più possibile.
“Tu te lo ricordi in faccia?”, mi ha chiesto Mario quando gliel’ho raccontato.
No, per fortuna. Di questa città ricordo moltissime cose più belle e pulite, non ho mai paura a camminare da sola, penso davvero pochissime volte a questo piccolo episodio: mi viene in mente come quando si racconta una sorta di sogno. Ma la fitta allo stomaco che arriva insieme a lui, in contemporanea, e rimane lì ancora per un po’, quando già penso ad altro, mi fa capire che è successo davvero.

Marzia


#quellavoltache  il benvenuto nella pubertà me l’ha dato un’ombra dai capelli bianchi di cui non ricordo nulla se non la morfologia esatta del suo membro che si rigonfiava al centro del mio sedere. Per fortuna eravamo entrambi vestiti su un autobus. Io avevo una gonna a pieghe e calzini bianchi… perché avevo 12 anni… ma l’età, si sa, non conta per chi ha deciso di sfogare la propria pochezza su una “donna”. Da subito non ho neanche capito cosa stesse facendo, non avevo sufficienti nozioni anatomiche! Incredibile, invece, con quanta velocità ho capito che voleva innescare un contatto quando toccandomi il sedere cercava con la mano la mia complicità. Non ero sola per fortuna. Ho urlato solo: “mamma” ma lei ha capito tutto dal tono della mia voce. Mi ha coperto col suo corpo e ha fatto vergognare quell’uomo, tanto che è scappato via in silenzio appena le porte si sono aperte. Per fortuna è solo un ricordo disgustoso, ma allo stesso tempo porta con sé qualcosa che è rimasto scolpito nella mia consapevolezza: sul mio corpo comando solo io e… nessuno mi proteggerà meglio di un’altra donna.

Nicoletta


#quellavoltache  era notte e stavo tornando a casa con una mia amica dopo aver passato una serata fuori con amici. Eravamo quasi arrivate quando ho notato un uomo che, ha iniziato a seguirci e come cambiavamo strada lui era sempre dietro di noi. Ovviamente abbiamo cercato di accelerare il passo, ma ci ha raggiunto e ci ha toccato in mezzo alle gambe. Poi è scappato… Per fortuna non è successo niente di più, però ho avuto per un sacco di tempo la paura di tornare da sola a casa con il buio.”

E.


#quellavoltache e purtroppo non era la prima, in ufficio c’era il pranzo di Natale tutti più sorridenti e vestiti carini, si stava bene e di lì a pochi giorni saremmo andati tutti in ferie. Io preparavo la tavolata in sala riunione per tutti, eravamo tanti. Un pezzo di scotch per fissare la tovaglia sotto il tavolo, mi infilo sotto il tavolo e arriva la sua battuta, il solito collega “Brava Eleonora, finalmente hai capito qual è il tuo posto…è sotto il tavolo!”
Il solito collega, le solite battute, le solite facce compiaciute degli altri (non tutti, per fortuna) colleghi maschi, le sghignazzate di una collega a suggellare la totale collusione con l’imperante clima maschilista. #Quellavoltache e purtroppo non era la prima, quella volta che mi è rimasta tanto impressa e che mi ha fatto prendere la decisione di andare per la mia strada.

Eleonora


#quellavoltache
Ero ad una conferenza in un luogo lontano da casa. Un uomo buono, di cui mi fidavo, mi propone di dormire nell’albergo in cui dorme lui quella notte, per evitare di fare la strada da sola, perché era già molto tardi.

Mi assicura che non devo pensare nulla di strano perché vuole semplicemente aiutarmi. Vista la stanchezza e viste le due ore di guida notturna per tornare a casa, decido di accettare la sua offerta e di dormire nel suo albergo. Arrivati alla reception ci viene offerta una camera con due letti separati oppure una camera con letto matrimoniale. Non faccio in tempo a rispondere, che l’uomo chiede la camera matrimoniale. La cosa mi allarma molto, ma mi intrometto e insisto per avere i due letti separati.
Entriamo nella camera d’albergo e parliamo. Ognuno va in bagno a suo turno e si cambia. Ci auguriamo la buonanotte e ognuno si infila nel suo letto. Poi la domanda: “Posso dormire con te?” Rispondo: “No, non mi sembra una buona idea.” Insiste: “Per favore… Solo vicino a te, per una notte… A te cosa cambia?” Rimango categorica: “No, non mi sembra una buona idea.” Lui insiste ancora per diversi minuti, finché la mia testardaggine non ha la meglio sulla sua stanchezza. Si addormenta. Lo sento russare.
Poi, mi addormento anche io. Alle prime luci del mattino mi sveglio. Capisco dove sono, poi, un grosso spavento. L’uomo è sdraiato accanto a me sul mio letto singolo. Il suo viso è a pochi centimetri dal mio. Mi alzo e mi arrabbio: “Perché sei qui?” Si alza dal mio letto e va a sedersi sul suo: “Volevo solo starti vicino.”

Anonima


#quellavoltache avevo circa 10 anni. Frequentavo le elementari ed i seni iniziavano a crescermi. Il mio corpo stava cambiando e, nel bar di famiglia, i clienti facevano dell’ironia sulle “tettine” che timide modellavano le magliette che indossavo “cos’è?? Ti hanno punto le vespe o i calabroni?” Neanche a dirlo, la cosa mi imbarazzava alquanto.Ma il momento peggiore è stato quando uno dei clienti abituali, in età avanzata e nonno di una mia coetanea, si azzardò a porgere le sue mani su quelle escrescenze che avevo sul petto.
Rimasi agghiacciata, inorridita da quel gesto che andava oltre la battuta, oltre il limite bambina-nonno, oltre ogni gesto che potesse definirsi rispettabile.
Spostai con foga le sue mani dal mio corpo e scappai via. Non ebbi il coraggio di dirlo a mia nonna né a mia madre.
La vergogna mi assalì perché sentivo che la colpa era mia che ostentavo la mia femminilità emergente e iniziai a coprire il mio corpo come meglio potevo. A distanza di anni, il mio corpo stenta ancora a mostrarsi ed innumerevoli volte non ho saputo apprezzare i complimenti più o meno spassionati che mi venivano rivolti.

Veronica


#quellavoltache ero appena diciottenne in vacanza con i miei genitori in Calabria. Dopo una lite furibonda con la mia famiglia il proprietario del villaggio in cui alloggiavamo, sulla cinquantina, mi portò in un paese limitrofo per mangiare un gelato e farmi calmare.
La sua gentilezza, il suo fare così familiare ed accorto mi convinsero. Non appena scesa dall’auto mi trovai di fronte un paese quasi deserto. Mentre salivamo delle scalinate mi abbracciò e mi chiese un bacio, portandomi a se. Non aveva avuto riguardo del mio malessere, delle mie lacrime, a lui non interessavano. Nel viaggio di ritorno, ancora immobilizzata mi mise una mano fra le cosce e mi disse “carpe diem”. Nessun familiare ha mai saputo l’accaduto… Piansi tutta la notte.
Alcuni giorni dopo, quando fu il momento di lasciare il villaggio, finsi di dormire in macchina mentre i miei genitori gli stringevano la mano e lo ringraziavano per la settimana passata. Una gran settimana, che non dimenticherò mai.

I.


#quellavoltache io e un’amica fummo costrette a chiuderci nel bagno di un locale (senza finestre né rete telefonica) per circa un’ora, ascoltando una decina di mostri che da dietro la porta cercava simpaticamente (volgarmente!) di convincerci ad aprirla cosicché avremmo potuto partecipare al nostro stupro di gruppo. Non trovando risposta positiva, cercarono di forzarla più volte, non riuscendoci. Quella stessa volta che, uscita da quel bagno, non riuscì a guardare nessuno in faccia perché mi vergognavo e pensai che la colpa doveva essere mia, dei pantaloni di raso neri attillati che indossavo, e me ne andai senza dire niente, con la sola speranza di dimenticare presto. Ma dopo ciò, per un po’ di tempo, il trovarmi in mezzo a gente sconosciuta mi causò qualche crisi di panico. E ancora oggi, dopo 9 anni, io evito i bagni con ingresso unico per uomini e donne perché ancora oggi ricordo esattamente il panico che provai in quel bagno, dietro quella porta… Anche se adesso so bene che la colpa non era la mia come neanche la vergogna sarebbe dovuta esserlo.

Francesca


#quellavoltache, una sera d’autunno di qualche anno fa, avevo trascorso la serata da un’amica a guardare un film insieme. Il suo appartamento distava meno di un Km dal mio, circa 7/8 minuti a piedi. Come altre volte, anche quella quella sera tornai a casa da sola, in fondo non era ancora scoccata la mezzanotte e le strade erano abbastanza illuminate, anche se praticamente deserte. Mi incamminai a passo svelto come sempre, ma presto mi accorsi della presenza di una robusta figura maschile in bici alle mie spalle. Li per lì non volli farmi suggestionare, non necessariamente stava seguendo me, magari andavamo semplicemente nella stessa direzione. Ad ogni modo, conscia di essere una ragazza sola per strada sotto un cielo buio, ritenni opportuno imboccare il corso principale, più illuminato e trafficato della solita stradina che percorro di giorno per accorciare di qualche metro. Il tipo sulla bici era ancora dietro di me e confermando i miei dubbi iniziali mi rivolse la parola ” Ehi, scusa, hai un accendino?”, troppo agitata per far caso alla sua faccia o al suo accento incerto, risposi con un secco “No” e seguitai a incamminarmi svoltando sul vialone in cui abitavo, sperando si fosse allontanato dopo il fallito tentativo di approccio. Mi sbagliavo. Il panico stava prendendo il sopravvento e la mia mente iniziò a ripercorrere una breve lista di persone ancora sveglie da poter chiamare o con cui far finta di parlare al telefono, così, giusto per prender tempo nella speranza che si materializzasse un passante in mio soccorso o che l’eventualità di una presenza dall’altro capo del filo lo inducesse a rinunciare ad ogni intento. Nel frattempo, mi trovavo ormai a pochi metri dal mio portone, dovevo solo attraversare le strisce pedonali ed ero pronta a farlo correndo a gambe levate pur di infilarmi in casa, tralasciando l’imprudenza di render noto il mio indirizzo. D’improvviso l’uomo in bici mi raggiunse ” Scusa, scusa! Ci possiamo conoscere?”. Stavolta lo guardai in volto: a dispetto della stazza non era che un ragazzino di neanche 20 anni, probabilmente cingalese, con due occhioni neri e timidi. “No” gli rispondo, ancora spaventata. E lui, “Perché?, tu sposata?” “No, no.. ma fidanzata”. Mentì per tagliar corto. “Capisco, scusa, scusa. Ciao” aggiunse in tono dispiaciuto allontanandosi, stavolta davvero. Entrai dentro e mi sedetti in cucina colta da una crisi di panico.
Per diversi mesi non tornai più a casa da sola la sera.

Giuliana


#quellavoltache stavo sostenendo un importante esame universitario e venni interrogata da un professore sulla 40ina. Mi trattava con molto garbo nella sua interrogazione particolarmente difficile ed io pensavo che lo facesse per mettermi un voto alto (supposizione avvalorata anche dalle sue esternazioni del tipo “sarai una bravissima professionista” ecc. ecc. mentre ripetevo). Alla fine mi ha bocciata. Mi ha lasciato il suo numero di cellulare per qualsiasi “delucidazione sulla materia.”
Quando gli dissi ” ma va bene anche la mail” , lui mi rispose che per le ragazze usava poco la mail.
Dopo questo episodio ho chiesto in giro informazioni su di lui e ho scoperto che, se le piaceva una studentessa, agiva in questo modo.

B.


#quellavoltache era un giorno di lavoro come tanti altri e come spesso accadeva il mio tutor, colui che aveva il compito di insegnarmi e spronarmi al miglioramento, mi lasciò un messaggio offensivo a sfondo sessuale sul monitor del mio computer.Sì, era lo stesso tutor che non perdeva mai l’occasione di fare battute e commenti inappropriati sulle donne e sul loro “inutile” ruolo nella società. Perù fu proprio quella volta che a darmi la forza di rialzarmi e di cercare disperatamente una via d’uscita incontrando un’azienda VERA. Arrivò per me il cambiamento proprio quella volta che incontrai questo brillante spin-off dove le donne contavano come gli uomini, dove il nostro lavoro valeva quanto quello degli uomini e dove le battutine e gli scherzi generavano solo piacevoli momenti e sorrisi.

Martina


#quellavoltache Avevo 14 anni ed ero al 1º anno delle superiori. Il mio professore di storia e geografia ci aveva riportato il compito in classe corretto. Disse a me e a un’altra ragazza di avvicinarci per controllare gli errori. Noi andammo lì. Eravamo una a destra e una a sinistra, lui al centro. Dopo aver visto insieme il compito, stavamo per tornare a sedere ai nostri banchi quando lui ha pensato bene di palpare ad entrambe il sedere. Fortunatamente l’episodio non si è più ripetuto, ma in quel momento non abbiamo fatto niente…Forse per vergogna o forse per paura. L’ho poi raccontato a mia madre che mi ha detto di stare attenta e se fosse capitato un’altra volta di non esitare a dirglielo così che lei potesse poi contattare il dirigente scolastico.

Anonima


Abbiamo raccolto e diffuso tutte le storie che avete voluto condividere con noi sui nostri spazi con l’hashtag #quellavoltache. La nostra speranza è quella che averne parlato possa essere in qualche modo d’aiuto a chi ha subìto violenza, affinché nessuna più si senta sola e giudicata.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...