NATALIA LEVI GINZBURG 📝

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NATALIA LEVI GINZBURG (1916-1991) 📝

Natalia era una bambina sveglia e sapeva da sola quanto i suoi genitori e i suoi fratelli fossero nei guai. Spesso i fascisti facevano irruzione in casa sua sequestrando beni e ogni tanto portavano via con loro anche suo padre. Dopo le prime volte divenne quasi un’abitudine avere i poliziotti in casa e osservarli controllare centimetro per centimetro ogni cosa riguardasse la sua famiglia. Il “problema” principale era che il padre fosse ebreo  e che assieme a sua moglie le avesse donato una spiccata intelligenza e un profondo senso di giustizia.

Lei scriveva. Era piccola e già scriveva. Quello era il suo modo per far sentire la propria voce e raccontare ciò che la circondava. Pur non finendo il corso di Letteratura all’ Università il successo letterario arrivò comunque.

All’etĂ  di diciotto anni ebbe la prima pubblicazione di alcuni suoi racconti, sul noto giornale fiorentino Solaria. Poco tempo dopo, un giovane intellettuale, Leone Ginzburg, si aggiunse la circolo torinese al quale partecipava anche la famiglia di Natalia.

I due si sposarono, nel 1938, e, insieme a Giulio Einaudi, dedicarono le loro energie alla fondazione di una casa editrice.

Dopo il matrimonio, Natalia continuò a lavorare ai suoi romanzi, anche se la sua vita fu piĂš volte scossa dagli arresti del marito, da parte delle autoritĂ  fasciste. .. Un po’ come quando arrestavano il padre.

Nel 1940 seguĂŹ il marito, confinato per motivi politici e razziali, a Pizzoli in Abruzzo, dove rimasero fino al 1943. Nonostante i problemi Natalia continuò sempre a scrivere e riuscĂŹ, sotto falso nome, nel ‘42 a pubblicare “La strada che va in città”, ristampato poi nel 1945 con il nome vero dell’autrice.

Erano anni di grande fermento in Italia tutto accadeva velocemente e la coppia, consapevole di ciò, iniziò a pubblicare libri clandestinamente. Tornarono a Roma. Ma la nuova attività che svolgevano contro il regime fascista portò inevitabilmente all’arresto del marito che fu condotto in prigione dove morì per tortura senza poter rivedere la moglie ed i tre figli.

Nell’autunno del 1945 la scrittrice si ristabilĂŹ a Torino, dove nel frattempo eraono tornati anche i suoi genitori, i due figli e la figlia, che durante i mesi dell’occupazione tedesca si erano rifugiati in toscana.

Nel 1952, si risposò con un docente di inglese e si spostò a Roma. Nello stesso anno, pubblicò “Tutti i nostri ieri”, la sua impresa letteraria piĂš lunga ed ambiziosa. Poi, nel 1963 , la scrittrice vinse il su premio Strega con “Lessico famigliare”, un romanzo che descriveva dall’interno la vita quotidiana della famiglia Levi, dominata dalla figura del padre Giuseppe.

Nella primavera del 1964, le fu chiesto di scrivere un’opera teatrale, ed il risultato, fu il tanto applaudito “Ti ho sposato per allegria”. A questa, seguirono altre nove commedie, di cui l’ultima, “L’intervista”, fu messa in scena da Laurence Olivier, a Londra, e da Luchino Visconti, in Italia.

Nel 1969, Natalia divenne nuovamente vedova. Gli Anni ’80, videro il ritorno della scrittrice alla politica: fu eletta alla Camera dei Deputati, con il PCI, sia nel 1983, che nel 1987. Nella sua attivitĂ  parlamentare, la scrittrice si battĂŠ con ardore in diverse cause umanitarie, come l’abbassamento del costo del pane, l’assistenza ai bambini palestinesi, la persecuzione legale nei casi di stupro, ed infine insistette per una riforma delle leggi per l’adozione.

La scrittrice si spense il 7 ottobre del 1991 a Roma dov’è tutt’oggi sepolta.

La frase del #freeday di oggi è tratta da “Piccole virtù”, ed è bellissima.

“Vive qui

come in un eterno esilio,

sognando altri cieli.”

 

Questa e altre storie di donne famose su Freeda – Feel free around, un progetto di Freeda

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