GIULIA FALLETTI DI BAROLO (Juliette Colbert di Maulévrier) (1785-1864) 

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Cresciuta nella cattolica Vandea (FR) da nobile famiglia, conobbe il sangue della #Rivoluzione fin da piccina. Tanti i parenti, tra cui l’amata nonna, che vide salire sul patibolo mentre la folla della piazza esultava feroce al rotolare di una nuova testa.
I restanti Colbert, tra cui la piccola Juliette, scamparono al massacro in Olanda, finché Napoleone riaprì le porte alla nobiltà esule.
Juliette era una ragazza bella, coltissima, raffinata e affascinante: fu a corte che conobbe l’uomo consigliatole dal padre e da #Napoleone stesso, il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo.
L’incontro e il matrimonio tra i due avvenuto nel 1806, portò Juliette a diventare “Giulia” abbracciando quella nuova città che l’avrebbe poi fatta sentire sempre a casa: #Torino.
Si trasferì qui, a Palazzo Barolo, luogo in cui la coppia accolse e ospitò in quegli anni il patriota #SilvioPellico, reduce dalla prigionia nella #FortezzadelloSpielberg.

Ma il prevalente interesse dei due coniugi fu per la beneficenza: Giulia si dedicò all’assistenza delle carcerate e intraprese insieme con il marito iniziative benefiche.
Il suo impegno a favore delle carcerate, con l’istruzione, con la provvista di vitto e abbigliamento decente, con l’igiene, arrivò a tal punto che, presentato al governo un progetto di riforma carceraria, il 30 ottobre 1821 il ministero la nominò soprintendente del carcere. In breve il #carcere divenne un istituto modello e redatto un nuovo regolamento interno, lo sottopose alla discussione con le detenute, da cui ebbe approvazione unanime.
Nello stesso anno 1821 fondò nel quartiere popolare di Borgo Dora una scuola per ragazze povere. Nel 1823 fondò al #Valdocco l’Istituto del Rifugio, per le ragazze madri.
Nel 1825 destinò una parte del palazzo in cui lei e il marito vivevano, ad asilo per i figli dei lavoratori: si trattava della prima opera di questo tipo in Italia.
Nel 1833 fece costruire accanto all’istituto del Rifugio il monastero delle Sorelle Penitenti di Santa Maria Maddalena, che si era ampliato per accogliere anche le vittime della prostituzione minorile.
Solo cinque anni più tardi perse il marito nel 1838 a seguito dell’epidemia di colera che divampò nel 1835 e in cui aveva prestato soccorso ai più bisognosi.

La “marchesa dei poveri” si spense nel 1864 e, tra le sue volontà, vi fu la costituzione dell’Opera Pia Barolo alla quale lasciò l’intero patrimonio di famiglia per continuare la sua opera di beneficienza. Dal 1899 il suo feretro è tumulato nella chiesa di Santa Giulia, nel popolare borgo di Vanchiglia, che lei stessa volle far costruire e che fu la sua ultima opera di beneficenza al popolo.

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La città di Torino, con immensa gratitudine per l’impegno civile e sociale avuto in vita, le ha dedicato una via.

Secondo alcuni documenti, Giulia Di Barolo dedicò ad opere di beneficenza complessivamente 12 milioni di lire, una somma pari al bilancio di uno stato del tempo.

La frase scelta per il #freeday di oggi è:
“Quando la giustizia ha esaurito il suo compito, lasci che la carità cominci il suo”

 

 

Questa e altre storie di donne famose su Freeda – Feel free around, un progetto di Freeda

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