Come progettare una città a misura di donne: un esperimento affascinante di “Gender Mainstreaming”

Traduzione dell’articolo “How to Design a City for Women A fascinating experiment in “gender mainstreaming.” . L’articolo spiega come a Vienna le politiche di progettazione urbana si siano basate sul Gender Mainstreaming , un approccio di urbanistica di genere volto alla parità.

Nel 1999 alcuni funzionari di Vienna, in Austria, chiesero ai residenti del nono distretto della città quanto spesso usassero i mezzi di trasporto. “Molti uomini compilarono il questionario in meno di cinque minuti”, dice Ursula Bauer, una degli assessori della città incaricata di promuovere e gestire la diffusione dei questionari. “Ma le donne non smettevano di scrivere“.

La maggior parte degli uomini riportò di utilizzare sia l’auto che i mezzi pubblici due volte al giorno -per andare a lavoro la mattina e tornare a casa la sera. Le donne, per contro, utilizzavano la rete urbana dei marciapiedi, le linee degli autobus, le strade molto più frequentemente e per finalità più varie degli uomini.

“Le donne avevano schemi di mobilità molto più variegati“, dice Bauer. “Scrivevano cose come: ‘Porto i figli dal medico a volte, poi li porto a scuola e vado a lavoro. Più tardi aiuto mia madre con la spesa e riporto i figli a casa in metropolitana”.

Risultò che le donne utilizzassero maggiormente i mezzi pubblici e facessero dei tratti a piedi più spesso degli uomini. Risultò anche che la maggior parte dividessero il proprio tempo tra impegni lavorativi e impegni familiari, come il prendersi cura dei genitori anziani. Riconosciuta questa diversità, gli urbanisti designarono un piano per aumentare la mobilità pedonale e l’accesso ai mezzi pubblici.

Venne aumentata l’illuminazione stradale per rendere il camminare di notte più sicuro per le donne. I marciapiedi vennero allargati affinché i pedoni potessero transitare agevolmente nelle strade strette. E una grande scalinata con una rampa venne costruita in mezzo a uno dei principali incroci per facilitare l’attraversamento delle persone con passeggini, girelli, o sedie a rotelle.

La decisione di fare una ricerca su come uomini e donne utilizzano i mezzi pubblici non fu un’azione casuale, ma parte di un progetto volto a inserire alcune dinamiche di genere nelle politiche pubbliche. A Vienna (e non solo, n.d.t) questa dinamica si chiama “Gender Mainstreaming”.

Il gender mainstreaming ha preso piede nella capitale austriaca fin dai primi anni Novanta. In pratica si riferisce alla creazione di leggi, norme e regolamenti che avvantaggiano uomini e donne in maniera equa. L’obiettivo è quello di fornire uguale accesso alle risorse della contesto urbano . E finora, dicono i dirigenti pubblici, funziona.

Vienna ha adottato il gender mainstreaming in numerose aree dell’amministrazione civica, incluse quelle delle politiche pubbliche sull’educazione e sulla salute. Ma ha avuto un impatto importante soprattutto nel campo della pianificazione urbana. Più di sessanta progetti pilota sono stati avviati. Più questi progetti acquistano forma e importanza, più il gender mainstreaming diventa una forza ridefinisce letteralmente la città.

A Vienna i progettisti urbani combinano mainstreaming e pianificazione urbana da vent’anni, trasformandola in una vera e propria disciplina. Prima che un progetto cominci, vengono raccolti dei dati per determinare come gruppi diversi di cittadini usano uno specifico spazio pubblico. “Ci sono molte domande che aspettano una risposta”, dice Eva Kail. Kail è stata fondamentale per portare il gender mainstreaming a Vienna, e attualmente lavora come esperta di dinamiche di genere nel gruppo di lavoro della pianificazione urbana di Vienna. “Si deve conoscere bene chi usa gli spazi pubblici, in quanti sono a farlo, e con quale scopo. Una volta che sono state analizzate queste abitudini di utilizzo dello spazio, si iniziano a dare una definizione dei bisogni e degli interessi delle persone“, spiega. “E quindi pianificare significa venire incontro alle loro esigenze“.

Il gender mainstreaming approdò a Vienna nel 1991, quando Kail e un gruppo di progettisti urbani organizzarono un esibizione dal titolo “Who Owns Public Space — Women’s Everyday Life in the City” traducibile con “Di chi è lo spazio pubblico – La quotidianità delle donne in città”. Si mostravano le abitudini quotidiane di diversi gruppi di donne all’interno della vita urbana. Ogni donna tracciava un percorso differente attraverso la città. Le immagini però mostravano chiaramente come la sicurezza e la facilità degli spostamenti fosse una priorità per tutte loro. L’esibizione suscitò una tempesta mediatica. “Ne parlavano i giornali, le TV, le radio, e arrivarono 4000 visitatori”, dice Kail. “A quei tempi era una novità. Ma i politici realizzarono in breve tempo che si trattava di qualcosa che interessava alle persone e decisero di supportare il progetto”

Poco dopo, la città diede il via a una serie di progetti pilota sul gender mainstreaming. Uno dei primi ad essere avviato riguardava un plesso di appartamenti progettati da e per le donne nel distretto 21 della città. Nel 1993, la città tenne una gara di design per il progetto, dal nome Frauen-Werk-Stadt, ovvero Donne-Lavoro-Città.

L’idea era quella di creare una modalità abitativa che facilitasse la vita delle donne. Ma cosa si intendeva fare esattamente? I risultati raccolti da Statistik Austria, l’ente nazionale per le statistiche, dimostrarono come le donne spendessero più tempo nei lavori domestici e di cura rispetto agli uomini.
Il progetto Donne-Lavoro-Città fu costruito su questo dato specifico. Si presenta come un insieme di palazzine circondate da cortili. Di forma circolare, e con aree verdi tra i cortili, permette a genitori e bambini di passare del tempo insieme fuori casa senza allontanarsi troppo. Il complesso ha una scuola materna al suo interno, una farmacia e uno studio medico. Risulta anche vicino alle linee del trasporto pubblico, per agevolare le commissioni da fare all’esterno dell’edificio e gli spostamenti verso la scuola e il luogo di lavoro.

“Ciò che rende unico il progetto è stato il fatto che abbiamo lavorato innanzitutto per definire i bisogni delle persone e poi abbiamo cercato soluzioni tecniche sulla base dei bisogni”, dice Kail. “Molto spesso succede il contrario, prima vengono fornite le soluzioni tecniche e di abbellimento che determinano il risultato finale”. Nella gara successiva di Women-Work-City, i funzionari del comune spostarono l’attenzione verso la rete di parchi della città e commissionarono uno studio per vedere come uomini e donne usassero gli spazi del parco. Quello che riscontrarono fu sorprendente. Lo studio, svoltosi tra il 1996 e il 1997, mostrò che dopo l’età di 9 anni, il numero delle ragazze nei parchi diminuiva drasticamente, mentre il numero dei maschi rimaneva stabile. I ricercatori scoprirono che le ragazze sembravano farsi valere meno dei ragazzi per l’occupazione degli spazi del parco. Gli urbanisti vollero allora vedere se sarebbero riusciti nell’intento di invertire questa tendenza modificando alla base la strutture dei parchi. Nel 1999, la città iniziò a ridisegnare due parchi del quinto distretto viennese. Vennero aggiunti più percorsi pedonali per rendere il parco più accessibile e percorribile, e vennero installati campi di pallavolo e badminton, per ampliare la gamma di attività offerte. Vennero suddivise le zone ampie in aree più piccole. Quasi immediatamente, i funzionari notarono dei cambiamenti. Diversi gruppi di persone -sia ragazze che ragazzi- iniziarono a usare lo spazio dei parchi senza che un gruppo invadesse l’altro.

Le persone iniziarono quindi a farci caso. Nel 2008, lo Human Settlements Programme americano incluse la strategia di pianificazione urbana viennese nei propri registri delle buone pratiche sociali relative al miglioramento degli ambienti di vita. Il progetto di riprogettazione dei parchi di Vienna, insieme al programma pilota precedente basato sulla pratica del gender mainstreaming, sono stati nominati per il premio del Public Service dell’ONU, premio di riconoscimento per gli sforzi fatti nello sviluppo dell’amministrazione pubblica.

Questi cambiamenti non sono comunque esenti da punti critici e difficoltà. “Quando abbiamo proposto l’idea dell’esibizione fotografica “Who Owns Public Space”, “Di chi è lo spazio pubblico”, numerosi colleghi hanno pensato che fosse ridicola” dice Kail. “Sembrava che tutti volessero darci la propria opinione. E le persone dicevano cose tipo <>.
“Le dinamiche di genere sono anche una questione di emozioni”, aggiunge Bauer. “Quando dici alle persone che fino ad ora non è mai stata presa in considerazione la prospettiva delle donne si sentono attaccate. Ci sono ancora persone che chiedono <>”.

I progettisti inoltre corrono il rischio, nel tentativo di definire come uomini e donne utilizzino gli spazi pubblici, di rinforzare stereotipi già presenti. Per prendere le distanze da questo assunto, i funzionari pubblici hanno smesso di usare il termine Gender mainstreaming, scegliendo invece l’etichetta “Fair Shared City”, traducibile con “Città equamente condivisa” (n.d.t).

Qualunque siano i limiti, non c’è dubbio che il gender mainstreaming abbia lasciato un marchio indelebile nella capitale austriaca. All’inizio si trattava solo di valutare come e quanto gli uomini e le donne usassero diversamente gli spazi pubblici. Oggi, invece, il mainstreaming è diventato un concetto molto più ampio. É diventato un modo per cambiare le strutture e i fabbricati della città in modo che differenti gruppi di persone possano coesistere. “Per me, è un approccio politico alla progettazione” dice Kail. “Si tratta di portare le persone in spazi dove prima veniva loro negato l’accesso o sentivano di non aver diritto a stare“.

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